Visualizzazione post con etichetta Ovidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ovidio. Mostra tutti i post

venerdì 15 giugno 2012

La favola di Procri

Il post di oggi vuol essere assolutamente non leggero, quindi se avete il mal di testa astenetevi dalla lettura  ;)
Ahaha no, non voglio spaventarvi o cacciarvi. Solo che finalmente oggi sono un po' più libero e posso immergermi meglio nel post della giornata.
E il tema che ho scelto è probabilmente anche tra i più odiosi, perchè oggi voglio parlare di gelosia. Qualche settimana fa lessi "L'arte di amare" di Ovidio. Un libro che non mi ha insegnato nulla di nuovo, ma che mi è piaciuto molto per come è scritto.
In particolare, nella terza parte, dove Ovidio dava consigli alle donne, c'è una favola che parla di gelosia. Ed è questa che io voglio riportare in questo post.
"Sui vaghi rossi colli dell'Imetto, in mezzo ai fiori sgorga sacro un fonte: molle è la terra, tenera di verde. Le basse piante che vi fanno selva coprono l'erbe d'ombre: il rosmarino e l'alloro vi odora e il negro mirto, né manca il bosso denso di fogliame, le fragili mirici, il tenue citiso, il domestico pino. Al dolce soffiodi Zefiro e di fresche aure salubri, tutte le fronde nelle loro cime, tutte tremano l'erbe. E quivi Cefalo amava riposare. In queste zolle, lasciati i servi e i cani, stanco e solo, quivi sedeva, e ripeteva un canto: "O tu che mi sollevi dall'ardore, aura errabonda, vieni sul mio seno!". Alle trepide orecchie della sposa ci fu chi riportò, troppo solerte, quelle parole. E come Procri udì quel nome ignoto d'Aura, lo credette d'un'altra donna, e cadde a terra, muta d'improvviso dolore. Impallidì, sbiancò come le fronde della vite quando, raccolti i grappoli, l'inverno viene e le punge con le prime brume, o come i bianchi pomi di Cidone,quando maturi piegano le rame, o i frutti del corniolo ancora acerbi. Poi che rinvenne, si strappò sul seno la tenue veste, e sulle pure gote portò l'unghie a ferire, e senza indugio si gettò sulle strade, furibonda, coi capelli scomposti, come vola agitando il suo tirso una Baccante. Come giunse all'Imetto, le compagne lasciò giù nella valle, e coraggiosa con silenzioso piede entrò nel bosco. Povera Procri, che pensavi mai, perché quella follia di celarti? Che fuoco avevi nel tuo cor piagato? Pensavi: "Ecco ora viene, chiunque sia, Aura, da lui! Li avrò davanti agli occhi! E poi ti rincresceva la venuta, non sopportavi il peso di vederli. Un attimo, e di nuovo in cuor sentivi quel desiderio. Ti straziava Amore con vario cruccio. Il luogo, il nome e quanto avevi udito dire ti spingevano a credere la colpa; e il cuore insieme che crede vero sempre ciò che teme.Vide la donna calpestate l'erbe dall'impronta d'un corpo: dentro il petto cominciò il cuore a batterle tremante. E già salendo il sole a mezzo il giorno rimpiccioliva l'ombre a pari grado tra l'aurora e il tramonto; quando al bosco fece ritorno Cefalo, il figliolo del dio cillenio [Mercurio], e dall'arsura il volto deterse con le linfe della fonte. Procri taceva tra le fronde ansiosa; ed egli allora si posò sull'erbe e alzò il suo canto: "O dolce aura di Zefiro, dammi ristoro!". E Procri intese allora il suo felice errore, e sopra il volto le ritornò il colore, dalla mente disparve l'ansia. Balzò in piedi e lieta, per correre all'abbraccio dello sposo, da sé rimosse i rami della selva. Ed egli per lo strepito credendo d'aver visto una belva, impugnò pronto con la sinistra l'arco, con la destragli acuti dardi. Ma che fai, infelice? Abbassa l'arma, non è già una belva! Ahimè, col dardo hai colto la tua sposa! Ella, colpita a morte: "O me, infelice",disse, "tu hai colto un cuore che t'è amico: solo le tue ferite questo cuore ha conosciute. Muoio innanzi tempo,  ma almeno so che tu non m'hai tradito.Per questo sentirò sopra di me più leggera la terra del sepolcro.E già vola il mio spirito a quell'aura di cui temetti il nome. Muoio; addio! Mi chiuda gli occhi la tua cara mano!". Egli sul seno disperato stringe il corpo della sposa che si muore, l'orrenda piaga lava col suo pianto. Lo spirito di lei, a poco a poco, uscì dal cuore incauto, e con le labbra dalle labbra di lei egli l'accolse."
Insomma, la gelosia non è mai una buona cosa, specie se morbosa e basata su un semplice sospetto. Può essere questo davvero amore?
Umore del giorno: vorrei iniziare le vacanze, ma credo che da luglio inizierà la lunga vacanza chiamata disoccupazione
Al prossimo post!

lunedì 10 agosto 2009

Piramo, Tisbe e i gelsi



Oggi ritorno sul tema dell’amore (senza un vero motivo). Ma raccontandolo in toni un po’ drammatici. Diciamo che quella di oggi è una antica “Romeo e Giulietta” shakespeariana. Questo mito fu raccontato da Ovidio e ha il nome di Priamo e
Tisbe.

“Piramo e Tisbe, due fanciulli babilonesi, abitano in due case contigue; grazie alla vicinanza si conoscono e col tempo nasce l’amore. Si sarebbero uniti in legittime nozze, se non l’avessero impedito i genitori, ma il loro amore cresceva sempre più. Non si confidano con nessuno e si parlano con cenni e gesti. Il muro comune alle due case è solcato da una sottile fessura, la quale si era formata al tempo in cui era stato costruito. La crepa viene così usata dagli innamorati per parlarsi e sussurrarsi dolci parole.
Restando divisi, una sera si salutano e ciascuno dà alla sua parte del muro dei baci che non arrivano di là. L’indomani tornano tutti e due al solito posto. Allora, dopo essersi a lungo lamentati, stabiliscono di eludere la vigilanza e di tentar di uscire di casa nel silenzio della notte, e una volta fuori, di lasciare anche l’abitato e incontrarsi al sepolcro del re Nino e nascondersi al buio sotto l’albero. C’è lì infatti un albero tutto carico di bacche bianche come neve, e un alto gelso sull’orlo di una freschissima fonte. Rimangono d’accordo così. Di soppiatto, aperta con cautela la porta, Tisbe esce nelle
tenebre senza farsi sentire dai suoi, e col volto velato arriva al sepolcro e si siede sotto l’albero prestabilito. Quand’ecco che una leonessa, che aveva appena fatto strage di buoi, giunge con la schiuma alla bocca e il muso intriso di sangue a dissetarsi alla fonte lì accanto. Tisbe di Babilonia la vede al chiarore della luna, e con piede trepidante corre a rifugiarsi in una grotta oscura, ma mentre fuggiva il velo le scivola dalle spalle. La leonessa, sedata la sete, stava tornando nel bosco, quando per caso trova il delicato velo abbandonato, e lo straccia con le fauci insanguinate. Piramo, uscito più tardi, scorge nell’alta polvere le orme inconfondibili di una belva e impallidisce dalla paura. Quando poi trova anche la veste macchiata di sangue piange la morte della sua amata e invoca anche per se stesso la morte, essendo causa della tragedia dell’amata. Raccolti i brandelli del velo di Tisbe, li porta ai piedi dell’albero convenuto e si conficca il pugnale nel ventre. Morente, lo ritrae dalla gorgogliante ferita e cade a terra supino. Il sangue schizza in alto e i frutti della pianta, spruzzati di sangue, divengono scuri; la radice inzuppata continua a tingere di rosso cupo i grappoli di bacche. Nel frattempo Tisbe ritorna al luogo stabilito e cerca il giovane innamorato. Ritrova e riconosce la forma della pianta, ma il colore dei frutti la fa restare incerta.
Mentre è in dubbio, vede un corpo agonizzante a terra, in una pozza di sangue, e rabbrividisce. Riconosciuto il suo amore, si batte le braccia, si straccia i capelli, abbraccia il corpo amato e bacia il suo gelido volto. Piramo alza per un attimo gli occhi e li richiude. Tisbe riconobbe il suo velo e, preso il pugnale di Piramo, si uccide. Prima di morire però rivolge ai genitori di entrambi una preghiera: di restare uniti nella morte in un unico sepolcro, mentre all’albero di serbare il ricordo di questa tragedia e in segno di lutto di conservare dei suoi frutti il colore scuro. Puntandosi il pugnale sotto il
petto, si curva sulla lama che ancora era calda di sangue. Per questo il colore delle bacche, quando sono mature, è nero, e ciò che è avanzato dal rogo riposain un’unica urna.”

Diciamo che stasera abbiamo unito l’utile al dilettevole. Accanto a una triste storia d’amore, abbiamo letto una leggenda sui gelsi rossi.

E dopo, quindi, un po’ di saggezza ci sentiamo per un altro appuntamento su questo space.

A presto!